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CONSULENZA FINANZIARIA
La strada in salita................... PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Venerdì 26 Giugno 2015 21:54
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Intesa Sanpaolo, UniCredit e KKR Credit, parte di KKR & Co. L.P., una delle principali società globali di investimento, hanno raggiunto oggi un accordo in base al quale, al soddisfacimento di alcune condizioni, le due più importanti banche italiane trasferiranno la loro esposizione in crediti ed equity relativi ad un selezionato numero di imprese in restructuring in un veicolo gestito dalla piattaforma italiana lanciata da KKR Credit. La piattaforma ha lo scopo di fornire ad alcune medio-grandi società industriali italiane nuovi capitali e competenze operative, supportando così le banche nella gestione dei propri asset. La piattaforma ha l’obiettivo di consentire alle società di ritrovare l’equilibrio finanziario, di tornare a crescere e a creare valore a beneficio di tutti gli stakeholder, inclusi gli attuali azionisti delle società stesse e le banche, che condivideranno i ritorni positivi conseguenti alla ripresa delle performance delle società e del valore dei relativi asset iscritti a bilancio. Intesa Sanpaolo e UniCredit, assieme a KKR Credit hanno congiuntamente sviluppato questo progetto innovativo, inclusa la sua valutazione con le autorità competenti. La piattaforma sarà aperta in futuro ad altri istituti di credito e società che possono trarre vantaggio da nuovi capitali e da un ulteriore supporto operativo. Alvarez & Marsal svolgerà il ruolo di preferred Service Provider alla piattaforma.

Tutto questo sarebbe assolutamente positivo, se non esistesse un piccolo particolare; in Italia le piccole imprese, quelle che hanno meno di cinquanta dipendenti, sono circa il 90% della totalità delle imprese italiane….che dietro un’operazione di questo tipo ci sia tanto fumo e niente arrosto?? E’ forse un modo per mettersi a posto le coscienze……ai posteri l’ardua sentenza

 
 
l'equilibrio PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Mercoledì 10 Giugno 2015 12:32
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Circa un anno fa ho ascoltato un intervento di Paolo Barnard sul motivo del sempre più ridotto credito ricevuto da famiglie ed azienda dalle banche e penso di poterne sposare il senso e le conclusioni.  Nel suo intervento Barnard spiegava come una Banca fosse obbligata, in relazione alle normative, ad accantonare, in linea generica, dall’8 al 10 % di tutto quello che la banca presta in prestiti alle aziende e in mutui alle famiglie.

A seguito, prima della crisi finanziaria americana dal 2007 al 2011, poi dalla crisi che ancora oggi attanaglia l’Europa, si è scoperto che le banche europee hanno diversi problemi nel rispettare i parametri patrimoniali stabiliti dalle normative in essere.
In Italia la stima è di 150 miliardi di euro solo per prestiti di mutui non restituiti. 
Allora il problema qual è? Il problema è che quando le banche sono state sottoposte ai test di verifica da parte delle autorità economiche preposta, sono state invitate a riequilibrare il rapporto fra capitale e tutti i mutui e i prestiti emessi.

In luogo, infatti, del citato rapporto tra l’8% ed il 10%, i rapporti erano diventati in realtà del 2-3, massimo 4 % ed Il capitale delle banche italiane in particolare le piccole medio banche italiane andava ricostituito. E allora cosa hanno pensato di fare le banche?

Invece di tentare di mettere pressione politica perché l’economia si raddrizzi, perchè torni a circolare la ricchezza , perché i problemi delle banche vengano coperti da economia reale, hanno pensato di fare un’operazione molto semplice. Dobbiamo riequilibrare un capitale  con prestiti e mutui che sono diventati inesigibili o che sono troppi? Bene!

Tagliamo a metà i prestiti e i mutui così il rapporto in percentuali si riequilibria, in una parola stretta del credito. Questo è precisamente e scientificamente il motivo per cui oggi  le banche non prestano più. Soluzione?

Cercare nuovi canali alternativi alle banche; dobbiamo comprendere una volta per tutte che le banche prestano e presteranno per diverso tempo il denaro solo se hanno un forte ritorno economico ed un rischio pari allo zero e questo durerà almeno fino a quando non sarà interamente ricostituito il loro capitale interno. Se la Borsa o i titoli di Stato danno alla banca interessi migliori delle aziende, ovviamente le banche scelgono i primi. Lo diceva un mostro universale dell’economia cioè John Maynard Keynes.

 

 
 
IL FUTURO PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Domenica 24 Maggio 2015 18:26
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Quando nel mio lavoro mi imbatto in un’azienda in difficoltà ( e ce ne sono tante), nasce subito l’interrogativo principale : come riuscire a convincere la banca ad avere fiducia nell’impresa e nell’imprenditore?

Spesso la lotta è impari, a maggior ragione se l’azienda ha la sfortuna di avere uno storico macchiato, una qualche segnalazione in banche dati o comunque un collegamento a precedenti realtà imprenditoriali cui l’attuale compagine societaria fa riferimento.

Personalmente da sempre sono stato fautore del merito creditizio, del meccanismo di collegamento di condizioni favorevoli o sfavorevoli in relazione alla rischiosità del cliente, che sia impresa o privato e , già nel 2004 (in tempi non sospetti) avevo iniziato un percorso informativo e di consulenza su Basilea 2 e sull’impatto che la stessa normativa avrebbe avuto sul mondo imprenditoriale.

Ho sempre ritenuto che l’attuale crisi del rapporto banca/impresa non sia derivazione di una sola delle due parti, ma sia figlia di un sistema che in passato ha fatto comodo a tutti, ad entrambi le parti in questione, ma che ha prodotto molteplici danni , di cui oggi paghiamo tutti le conseguenze.

Non riesco, quindi , nella mia attività a prendere le difese di una o dell’altra parte, mettendo sullo stesso piano da una parte l’imprenditore che in un recente passato ha in genere dilapidato e sprecato i così chiamati “anni d’oro” in cui si guadagnava, si facevano utili, ma gli stessi utili venivano spesso finalizzati in direzioni sbagliate, vedesi acquisti di mirabolanti immobili e capannoni e dall’altra la banca, pronta, in nome dei numeri, degli utili e del risultato, a dare denaro a destra e a manca, soprattutto sul principio “ dell’amico degli amici”.

Oggi si compie da parte della banca l’esatto errore contrario, ci si chiude a riccio per paura, per non rischiare, per evitare di prendere la fregatura (mi verrebbe da pensare a chi in passato queste questioni non se le poneva…………). L’invito è quello, in presenza di un sano progetto imprenditoriale e di un’azienda che ha lavoro e margini, di superare alcuni aspetti burocratici legati alla segnalazione, al collegamento di un pregresso, alla macchia del passato…

Emilie du Chatelet diceva “ il presente si arricchisce del passato e del futuro……..guardiamo anche a questo ogni tanto.

Ultimo aggiornamento Domenica 24 Maggio 2015 18:27
 
   
IL RITARDO PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Sabato 23 Maggio 2015 06:26
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“  Da Milano Finanza del 3 marzo scorso----------- In Italia  le banche (globalmente) hanno un fabbisogno di 305 miliardi di euro di liquidità a breve termine e 640 miliardi di raccolta a più lungo termine per mettersi in regola con i due indicatori di Basilea 3. Quanto invece ai requisiti di capitale, le banche sono ormai vicine a toccare i minimi previsti dalla normativa internazionale, peraltro superati in Europa dalle più stringenti richieste di Bce ed Eba. E' quanto emerge dai dati pubblicati oggi dal Comitato di Basilea. L'analisi ha riguardato 98 banche di grandi dimensioni.

Capitale. Le banche maggiori hanno mostrato un deficit di 3,9 miliardi per arrivare al requisito del 7% di capitale di maggiore qualità. Si tratta di un fabbisogno molto basso, considerando che le 98 maggiori banche hanno registrato utili per 210 miliardi nel primo semestre 2014. Il settore ha vissuto tre anni di forte rafforzamento patrimoniale: basti pensare che il deficit, ora quasi annullato, era pari a 486 miliardi a metà 2011.

Liquidità. Su questo fronte i minimi non sono raggiunti da una banca su cinque. Le banche non ancora in linea sono il 20% del totale, con un deficit pari in valore assoluto a 640 miliardi di euro.”

Il messaggio che voglio trarre da questi dati è di doppia lettura; da una parte di positività e vale a dire: le banche italiane stanno ricostituendo la loro forza capitale annullando il deficit degli anni scorsi e quindi sono più sicure, allontanando in molti casi lo spettro del commissariamento, dall’altro di allarme, stante la presenza di un buon numero di banche ancora con indici di liquidità non in linea e se a questo aggiungiamo le molte sofferenze “in pancia” agli istituti il quadro è ben lungi dal definirsi risolto.

Non credo sia questa la sede per individuare le motivazioni che in passato hanno generato questa situazione e questa necessità di una rincorsa che è andata ovviamente quasi tutta a scapito delle famiglie e delle imprese, ma certamente una domanda occorre porsela: stante i parametri certamente stringenti imposti dall’Europa, come potranno in futuro gli istituti di credito riprendere la loro normale funzione “sociale” di supporto sia al mondo delle famiglie che delle aziende?

La riflessione che spesso faccio a me stesso e confrontandomi con imprenditori e professionisti è quella piuttosto chiara nella mia mente che individua nell’anno 2000 lo spartiacque non solo di un millennio, ma anche in termini di rapporti economici di un sistema del credito in generale che, dal momento in cui le banche hanno iniziato e poi completato un progressivo percorso di trasformazione, perdendo la loro iniziale caratteristica “pubblica” per inserirsi nel “privato.

Innestandosi questo percorso, al momento senza ritorno, si è progressivamente acuita la necessità nel sistema bancario degli stessi meccanismi di “esigenza” tipici dell’azienda privata e cioè la necessità del raggiungimento degli utili di bilancio, il controllo dei costi, il budget da raggiungere, etc.

Mettiamoci quindi l’animo in pace come consulenti e cerchiamo di far aprire gli occhi alle aziende….il film girato fino a qualche anno fa è finito ed è da tempo iniziato un nuovo film, più bello, più brutto, questo non lo sappiamo…sicuramente diverso; sempre di più l’equazione da tenere presente sarà: io banca posso prestarti il denaro se ne ho convenienza e se il mio rischio è calcolato e soprattutto supportato da garanzie aggiuntive. Diversamente io banca non ho alcun interesse a venire verso le tue esigenze….

Ultimo aggiornamento Sabato 23 Maggio 2015 06:28
 
 
LO STALLO PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Venerdì 17 Aprile 2015 12:19
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COME USCIRE DALLO STALLO……

Nella mia attività di consulenza mi sto imbattendo in situazioni sempre più complesse, ma allo stesso tempo sempre più chiare.

Partiamo da una considerazione, chiarendo immediatamente che chi scrive, da tempi remoti, non sospetti, sostiene che i principi alla base dell’applicazione di Basilea 2 prima, Basilea 3 oggi, sono sacrosanti e giusti.

Non a  caso già nel 2004 , in sinergia con un’azienda di Forlì ed una casa di Software di Piacenza, iniziammo un percorso di convegni, elaborazioni software e consulenze sul tema.

Premesso questo, ritengo che non il principio ed i contenuti, ma l’applicazione o meglio le modalità di applicazione di Basilea sia errata ed in alcuni casi snaturata.

In prima battuta ricordo le parole di un Direttore Generale di un primario istituto che, invitato ad uno dei Convegni organizzati disse le testuali parole “ uno dei problemi più grandi delle banche è la non sufficiente professionalità al proprio interno, a partire dalle Direzioni Centrali, fino all’ultima delle filiali. Era l’anno 2004 e sono passati più di dieci anni, ma credo inutilmente, stante il quadro attuale.

Sento ancora in giro direttori e gestori di banca sostenere di non poter comunicare al cliente il proprio rating o che, nell’applicazione dello stesso, le spiegazioni non possono essere date. Se è vero che non esiste un “obbligo” giuridico per la banca, ricordo il principio di trasparenza e di pubblicità contenuti all’interno dei dettami di Basilea ed in ogni caso il buon senso dovrebbe a mio parere prevalere.

Cosa dire poi quando, di fronte all’elaborazione del rating,  nasce (nella maggior parte dei casi) la problematica connessa alla bassa capitalizzazione dell’impresa?

Qui inizia la magica soluzione con la quale si consiglia all’imprenditore di procedere all’aumento di capitale o comunque di “mettere i soldi in azienda”… la successiva frase magica è “ non può essere solo la banca a crederci!!”. Il più delle volte finisce che la pratica di fido viene respinto, che l’impresa non ha il denaro richiesto e che , nell’arco di un tempo più o meno lungo, l’impresa chiude o chiede il concordato, riaprendo poi, a ranghi ridotti, con altra veste e nome.

Anche in questo caso faccio un inciso… : parole sante quelle con cui si sostiene che non può essere solo la banca a credere in un progetto , nonchè a finanziarlo!!  Ma come ne usciamo? Siamo nel 2015, credo che tutti concordiamo che il film della società italiana girato fino al 2007 sia concluso e che il film che si sta girando da ormai 7 – 8 anni sia un altro, diverso, più bello o più brutto non lo sappiamo e non lo vogliamo dire, ma diverso!!

Tornando a Basilea 3, i  soggetti interessati (banche ed imprese) sono e saranno fortemente in crisi di idee e di strategie (io aggiungo anche di uomini). Rischiamo di continuare a cozzare contro un muro se pretendiamo che il problema della capitalizzazione aziendale si risolva magicamente da sola. I discorsi sono fin troppo ovvi….le banche non hanno né voglia, né soprattutto interesse a prestare denaro là dove rischiano qualcosa ( e già su questo si potrebbe scrivere un libro….) ; gli imprenditori , sia perché in passato alcuni hanno fatto passi più lunghi della gamba, sia perché il denaro è spesso uscito dall’azienda per scopi personali, sia perché culturalmente non pronti, sia perché con il tempo i margini di utile si sono assottigliati, resta il fatto che oggi non hanno il denaro da mettere.

E’ uno stallo che non può continuare e che sta lentamente portando alla chiusura di molte aziende ed alla perdita di lavoro di molte persone.

Io ritengo che si debba innestare un meccanismo attraverso il quale, così come per le banche, si fissi anche per le imprese un obbligo di capitale minimo , al fine di diminuire i rischi del default che tanti danni stanno facendo.  Il denaro relativo, stante che gli imprenditori non sono in grado in modo autonomo, dovrà derivare dal sistema bancario, a sua volta garantito dal fondo di garanzia e dal mondo dei confidi regionali, coinvolgendo le Regioni stesse a tutela dell’accordo. L’impresa avrà l’onere, oltre che dell’utilizzo dei fondi in aumento della capitalizzazione ed alla progressiva restituzione degli stessi, anche di rendicontare periodicamente l’andamento economico – patrimoniale. Si dovrà di fatto sottoporre ad un tutoraggio, immagino mal digerito, ma indispensabile e necessario ; le banche a loro volta avranno l’onere di valutare l’evolversi del progetto aziendale, pena la naturale rescissione dell’accordo intervenuto nel caso in cui gli ambiti progettuali venissero disattesi dall’azienda.

Personalmente credo sia ora di scrollarci di dosso un appiattimento in cui siamo caduti, cercando di ripartire da ambiti nuovi, nei quali anche i principi etici abbiano un senso ed una sua valenza, senza voler per questo fare il sognatore o il moralista.

Credo che la società in cui viviamo, i nostri figli, noi tutti nel complesso, abbiamo finalmente il diritto di uscire dal buio in cui, da troppo tempo, siamo caduti.

 

 
   
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